La Demetra ritrovata
L
Dei templi
etruschi, soprattutto a causa della deperibilità delle strutture portanti,
possediamo purtroppo pochi resti, e per lo più limitati ai muri di fondazione e
alle terrecotte architettoniche che ne decoravano
la copertura. Per ricostruirne l’aspetto ci si è spesso avvalsi di modellini
votivi fittili, o della descrizione fatta da Vitruvio nel De Architectura. Questa documentazione, però,
può essere utilizzata quasi esclusivamente per gli imponenti complessi templari
urbani, mentre risulta molto meno applicabile ad una architettura sacra
“minore”, dai tratti più originali e autoctoni, che trovava una sua
applicazione e un suo utilizzo nei piccoli centri e soprattutto nelle campagne
d’Etruria. Di recente però , una
scoperta sensazionale, quanto inaspettata, ha gettato nuova luce su questo
aspetto sicuramente non marginale e secondario della religione degli Etruschi.
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L'ingresso alla grotta come si presenta oggi |
Nella primavera
del 2006, a seguito di una segnalazione da parte dei Carabinieri di scavi
clandestini, la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale,
ha eseguito uno scavo di emergenza, diretto dall’Ispettrice M.G. Scapaticci, in
località Macchia delle Valli, nel territorio di Vetralla (VT), in prossimità di
una grotta naturale e di un’antica sorgente d’acqua, elementi, in antico, già
di per se qualificanti in senso sacro un’area, e spesso associati a culti di
divinità ctonie (sotterranee). La zona si presenta ancora oggi dal punto di vista ambientale molto
suggestiva. Si raggiunge percorrendo un sentiero costeggiato da un boschetto di cerri e querce, che rivela, con
le sue tagliate, l’antica origine etrusca.
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La via cava che conduce al santuario |
L'’area è stata utilizzata nel corso
dei secoli come cava di peperino, un’attività che ha interessato in passato
tutto il comprensorio, e da cui deriva il toponimo “Pietrara” dato alla piccola
frazione che si trova nelle vicinanze. Il luogo era noto agli archeologi soprattutto
per i resti di una cisterna romana, e ai locali per la presenza di un bel
fontanile, ormai prosciugato, conosciuto con il nome di Fontana Asciutta. In questo
ambito, naturalmente predisposto ad un contatto con il divino, l’indagine della
Soprintendenza ha consentito di riportare alla luce i resti di un santuario, di
epoca etrusco-romana, dall’articolata planimetria. All’interno di una cavità
rupestre, chiusa in epoca moderna da un muro per essere trasformata in ricovero
agricolo, è stata individuata una piccola cella cultuale, lunga circa due metri
e larga poco più di un metro, costruita con grandi blocchi di peperino,
sfuggita miracolosamente all’attività di scavo clandestino. Il sacello ha
eccezionalmente restituito gli arredi di culto e la statua in terracotta di una
divinità femminile. Date le condizioni estreme dell’intervento, dovute
all’esiguità dello spazio in cui operare, si è proceduto con un metodo molto
singolare, ovvero smontando i lastroni della copertura a doppio spiovente della
cella, e rimuovendo l’interro dall’alto.
Il tetto del tempietto |
Il piccolo edificio, che dal punto di
vista architettonico richiama i modelli votivi del tipo a oikos (casa) , era stato
inserito in una fessura della roccia, come a costituire un tutt’uno con quella
cavità naturale, che probabilmente era stato la prima e più semplice dimora
della divinità. Non sono state rinvenute decorazioni pittoriche all’interno, ma
un sobrio intonaco color crema. Molto elaborata è risultata la struttura della
copertura, con un timpano al centro del soffitto, decorato su entrambe le facce
da un disco scolpito a rilievo, e un secondo timpano, con stesso motivo decorativo,
impostato sulla fronte del sacello. A ridosso della parete di fondo della cella, sopra un banco monolitico di peperino, è stata trovata adagiata, ancora nella sua posizione originaria, la statua di culto, identificabile, per la sua iconografia, con la Demetra dei Greci, assimilata all’etrusca Vei e venerata poi dai Romani come Cerere. Il simulacro, datato al III secolo a.C., in terracotta, in origine dipinta, è di piccole dimensioni (alto circa 50 centimetri)), e rappresenta la dea in trono, che tiene nella mano destra una patera umbilicata, mentre nella sinistra, mancante di alcune dita, doveva sorreggere un mazzo di spighe, oggi disperso. Indossa un chitone con alta vita, tipicamente italico, e un mantello (himation) che dalla spalla destra sale verso la testa e la ricopre. Sullo stesso bancone è stata ritrovata una testina femminile fittile, forse attribuibile alla divinità che solitamente è collegata al mito di Demetra, vale a dire sua figlia Kore (Persefone o Proserpina). L’aspetto dell’introduzione di elementi di culti greci sul sostrato indigeno etrusco è sempre stato al centro dell’interesse di molti studiosi. L’etrusca Vei , il cui culto è stato documentato in vari contesti d’Etruria, soprattutto centro-meridionale, si configura come una divinità fortemente autoctona, dai caratteri che in genere si pongono nella sfera femminile, come la riproduzione, e in quella dei passaggi di status , che si estendono anche al passaggio tra città e campagna, e a quello tra la vita e la morte. Demetra è nota in Etruria sin dal VI secolo a.C., come attestano i vasi greci con sue raffigurazioni, ma gli elementi di connotazione demetriaca del culto di Vei si fanno particolarmente evidenti a partire dai primi decenni del V secolo a.C., fino alla sostituzione del culto di Demetra a quello della divinità indigena, così come documentato dal santuario di Macchia delle Valli.
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La statua della Demetra |
Lo scavo
all’interno del sacello, ha portato anche al rinvenimento, al centro della parete
destra, di un tavolino rituale, sotto il quale erano stati deposti, in
posizione rovesciata, forse proprio a sottolineare il carattere sotterraneo del
culto praticato, alcuni reperti di ceramica. Su un piccolo altare di peperino,
è stata infine recuperata una moneta di bronzo, un asse di Domiziano, emessa
dalla zecca di Roma nell’anno 86 a.C., ma che dall’usura rivela una lunga
circolazione. La moneta data perciò tra la fine del I e l’inizio del II secolo
d.C. l’ultima fase di frequentazione della cella. Tra questa e la grotta, un’
area all’aperto, costituiva una zona di passaggio (antecella) di grande importanza per il culto. Qui è stata
rinvenuta una base di peperino, usata come sostegno per un strano e suggestivo donario di argilla,
incompleto, a forma di torso umano, di modestissima fattura, rappresentante forse
un embrione umano, allusivo quindi alla fertilità che qui si veniva a
propiziare.
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La sala del Museo Nazionale della Rocca Albornoz di Viterbo interamente dedicata al Santuario di Demetra |
Lo scavo eseguito in grotta ha consentito il recupero di ceramica e votivi di epoca etrusca e romana. Un lastrone staccatosi dalla parete rocciosa, e adagiatosi in posizione pressoché orizzontale sopra la cavità naturale, era stato utilizzato in antico come “terrazza” di culto, con apprestamenti atti alla celebrazione del rito: libagioni verso la cella, che si disperdevano poi nella terra. Anche nell’anfratto sottostante questa terrazza e nell’area aperta prospiciente è stato recuperato numeroso materiale votivo.
La "terrazza" cultuale del Santuraio |
Le caratteristiche dei reperti rinvenuti in tali depositi, con prevalenza di ex voto anatomici, soprattutto uteri, ma anche piedi, teste, gambe, e l’associazione con statuette di argilla rappresentati figure femminili (tanagrine), indirizzano il culto qui praticato verso la sfera della fecondità e della guarigione (sanatio). Nei pressi della grotta si sono inoltre raccolte importanti testimonianze dei riti svolti, legati alla presenza dell’acqua, che veniva raccolta in una vasca monolitica in peperino e poi riutilizzata in un labrum (bacino) lapideo per cerimonie lustrali.
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Reperti rinvenuti all'interno del Santuario (a destra "embrione umano" ? ) |
Per la sua
collocazione extraurbana, rispetto agli antichi insediamenti noti nel territorio
vetrallese, il complesso si configura sicuramente come un santuario di
campagna, connesso ad un contesto sociale rurale e frequentato prevalentemente
da un ceto contadino. In base alla datazione del materiale recuperato è
possibile datare la frequentazione dell’area tra la fine del IV secolo a.C e
gli inizi del II secolo.
Per quale motivo
il santuario rupestre di Macchia delle Valli venne abbandonato? Un evento
bellico? Un’epidemia? O forse il prosciugamento della sorgente d’acqua? Quel
che è certo è che l’abbandono fu voluto e intenzionale, infatti tutta l’area venne occultata e sigillata con
un consistente strato di residui di cava, lasciando intatte solo cella e
antecella, e spargendo in varie zone, le più significative del santuario, una
grande quantità di una sostanza all’apparenza liquida, rilevata da uno strato nel
terreno di colore più scuro. Un’ipotesi molto suggestiva vorrebbe riconoscere
in questo liquido del latte, o meglio ancora il famoso ciceone, la bevanda
composta da acqua, farina di orzo e menta, legata al mito e quindi al culto di
Demetra.
I cavalli alati di Vetralla
Nel 2002, in una
raccolta privata, conservata a Cura di Vetralla, in occasione della redazione
dell’elenco e schedatura dei reperti, venne effettuata una sorprendente
scoperta. Tra decine di pezzi di scarso valore scientifico venne individuato un
gruppo di frammenti pertinenti ad una lastra di terracotta architettonica, in
argilla rosa, con altorilievo, raffigurante una coppia di cavalli alati. Lo
stile e l’elaborazione di alcuni particolari, come la posizione delle zampe, la
resa degli zoccoli, delle bocche semiaperte, la ricca bardatura, la presenza di
piume sulle ali, non lasciavano spazio ad alcun dubbio: si trattava dell’unica
replica antica conosciuta della lastra architettonica con cavalli alati,
proveniente dall’Ara della Regina di Tarquinia, simbolo stesso della città e
del locale Museo Nazionale. Le dimensioni si presentano ridotte rispetto
all’originale, e anche la qualità dell’opera è di livello nettamente inferiore.
I "cavalli alati" della collezione privata |
Ma l’indubbio confronto con il modello tarquiniese fa dedurre l’esistenza di
cartoni di riferimento che dovevano circolare nell’ambito del territorio della
grande metropoli etrusca. Non bisogna dimenticare che il tempio dell’Ara della
Regina è il più grande tempio etrusco sinora scoperto, ed aveva una rilevanza
nazionale, risulta pertanto agevole ipotizzare che la magnifica opera che ne
decorava il frontone fosse molto nota e ammirata dai contemporanei, e che
esistessero nell’entroterra tarquiniese botteghe che si cimentavano in repliche,
certamente più scadenti e provinciali, del celeberrimo capolavoro fittile.
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I cavalli alati di Tarquinia Museo Nazionale Etrusco, Tarquinia (vt) |
Da
dove poteva provenire la copia conservata a Vetralla? Sicuramente dall’Etruria
meridionale interna, dal momento che i possedimenti della famiglia che è ancora
proprietaria del reperto, ricadono in questo ambito territoriale. Forse da un
piccolo luogo di culto, afferente ad un centro minore del comprensorio. In
occasione dello scavo del santuario di Macchia delle Valli, sono stati notati tre
incassi su una parete rupestre che chiude a sud l’area cultuale, forse
pertinenti all’alloggiamento di tre travi, la cui disposizione disegna la forma
inclinata di un tetto. Non si può escludere che questa copertura a spiovente
potesse essere funzionale ad un edificio antico. Se così fosse, non solo gli
archeologi avrebbero per la prima volta la possibilità di misurare concretamente
l’altezza di un tempio etrusco, ma forse ci troveremmo anche di fronte
all’originaria collocazione dell’altorilievo con cavalli alati conservato a
Vetralla, che quindi non si sarebbe mai troppo allontanato dal luogo per cui
era stato commissionato e realizzato.
Bell'articolo, ci sono affinità fortissime con il sito scoperò da me a Montesenarioe Monteronzoli (Firenze)
RispondiEliminaPaolo Campidori